nutrizione

Agretti primaverili

Agretti primaverili

Possono chiamarsi agretti o “barba del frate” o anche “riscoli”, ma il loro nome botanico è Salsola soda (famiglia Amarantaceae).
Per chi non la conoscesse la S. soda è una verdura tipica delle zone costiere e dell’area mediterranea. Recentemente è stata osservata crescere anche in suoli salini della California e dell’America meridionale.

E’ una pianta che cresce molto bene in terreni ricchi di sale, infatti riesce ad accumulare grandi quantità di sodio.
E’ chiamata “salsola soda” poichè dalla sua combustione si ottengono ceneri molto ricche in soda: l’elevata concentrazione di sodio reagisce con l’anidride carbonica nella reazione di combustione e forma un composto chiamato carbonato di sodio, dunque la soda.
In antichità questo prodotto di combustione veniva usato per diversi scopi come la produzione di saponi o la lavorazione del vetro.

agretti

Proprietà

 

Le specie del genere Salsola sono largamente usate nella medicina popolare di Russia, Cina e Bahrein, come diuretico, anti-ipertensivo, anti-cancro, emolliente, anti-infiammatorio e anti-ulcera.

Recentemente, uno studio pubblicato su “Die Pharmazie – An International Journal of Pharmaceutical Sciences” ha dimostrato gli effetti ipoglicemici della Salsola soda (agretti): tramite l’inibizione dell’enzima α-amilasi è stata osservata una diminuzione dei livelli di glicemia in vitro.

Numerosi ricercatori hanno analizzato le proprietà biochimiche e farmacologiche dei composti “alcaloidi” presenti in questa pianta e hanno osservato potenziali attività:
-antimicrobiche
-antivirali
-ipotensive: riduzione della pressione arteriosa
-anticolinesterasiche: nel possibile trattamento di malattie neurodegenerative (come l’Alzheimer)

Questa verdura, tipica del nostro bacino mediterraneo, presenta ottime proprietà nutrizionali.
Gli agretti sono ricchissimi di micronutrienti (vitamine del gruppo B, vitamina A, ferro e potassio).
Le loro foglie contengono in gran parte acqua, infatti 100 g di agretti sono poco energetici e apportano solamente 17 kcal e ci danno (fonte crea):

-92,3 g di acqua
-1,8 g di proteine
-0,2 g di grassi
-2,2 g di carboidrati
-2,2 g di fibre
-1,2 mg di ferro
-131 mg di calcio


Ricette e consigli utili in cucina

Nei mercati gli agretti compaiono nel periodo primaverile, fino a giugno, e sono facilmente riconoscibili dai mazzetti di foglie verdi succulente e filiformi (come in figura).

Il sapore della barba di frate, o agretti, è molto intenso e amaro; per questo motivo vengono spesso conditi con limone e olio extravergine d’oliva nelle ricette classiche.

Per la loro preparazione lessateli sempre prima in acqua bollente, ma (e vale per tutte le verdure) è importante una cottura veloce poiché molte vitamine, essendo termolabili, non resistono a cotture prolungate.
Inoltre, un suggerimento per mantenere il colore verde vivo delle foglie filiformi è quello di porli subito in acqua fredda appena lessati.

agretti primaveraagretti verdura

Un consiglio che posso dare in cucina per prepararli è di iniziare sempre lavandoli bene dalla terra eventualmente presente; successivamente lessarli in acqua bollente e utilizzarli come verdura di contorno o in diverse ricette che vi elenco di seguito:

  • Agretti e aglio ripassati in padella
  • Pasta condita con agretti ripassati in padella e acciughe
  • Frittata di agretti e porri/scalogno
  • Spaghetti, agretti, pomodorini e aringa affumicata

Buona primavera a tutti con gli agretti!

 

Bibliografia

  • A potential role of alkaloid extracts from Salsola species (Chenopodiaceae) in the treatment of Alzheimer’s disease, Tundis R, Menichini F, Conforti F, Loizzo MR, Bonesi M, Statti G, Menichini F
  • Inhibitory effects on the digestive enzyme α-amylase of three Salsola species (Chenopodiaceae) in vitro, R TundisMR LoizzoGA StattiF Menichini. Pharmazie 2007;62:473475
  • In vitro Angiotensin Converting Enzyme (ACE) inhibiting activity of Salsola oppositifolia Desf., Salsola soda L. and Salsola tragus L, MR LoizzoR TundisGA StattiN PassalacquaL PeruzziF Menichini. Nat Prod Res 2007;21:346351
  • https://www.ncbi.nlm.nih.gov/
  • http://sito.entecra.it/portale/index2.php?lingua=IT&access_flag=0
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Cosa mangiano gli astronauti nello spazio?

Cosa mangiano gli astronauti nello spazio?

razioni kAlla base del cibo degli astronauti ci sono gli studi di Ancel Keys sulle razioni giornaliere dei soldati americani degli anni ’40, chiamate razioni-k.
Il fisiologo statunitense fu incaricato dal governo americano di studiare e sviluppare dei kit giornalieri per i pasti dei giovani soldati in combattimento.
I requisiti fondamentali erano: il facile trasporto, l’alto contenuto energetico e la non deperibilità.
I primi prototipi fornivano circa 3000 kcal giornaliere ed erano a base di barrette di frutta secca, uva passa, biscotti, carne in scatola e bevande in polvere. Successivamente sono state standardizzate a uniche confezioni contenenti colazione-pranzo-cena di circa 2800 kcal al giorno.

Nonostante la praticità delle razioni-K, furono mosse diverse critiche per l’inadeguato apporto calorico e vitaminico e per la monotonia dei menu. Dalle razioni-K originali dei marines americani i pasti sono nettamente cambiati, a favore di pasti pronti e di menu vari.

Infatti, qualche giorno fa, presso Fico Eataly World a Bologna, mi sono imbattuta nella presentazione della rassegna “Libertà di gusto è FICO”, organizzata da Fabio Canino, con ospite David Avino, dell’azienda ingegneristica aerospaziale italiana Argotec, che è responsabile della preparazione e fornitura del cibo (chiamato space food) per gli astronauti europei in orbita.

Questa azienda, con sede in Piemonte, si occupa di ricerca in numerosi settori aerospaziali, di cui il più affascinante secondo me è proprio quello dello space food. Per affrontare la sfida tecnologica di come preparare e mangiare in orbita, è stato sviluppato il progetto “Ready to Lunch”: sviluppo e vendita di prodotti da agricoltura biologica pratici e capaci di sostenere le performance fisiche degli astronauti.

L’obiettivo più importante, dice David Avino, è stato quello di produrre cibo evitando la dispersione e il galleggiamento nel vuoto (dai primi piatti alle bevande stesse). I prodotti sviluppati sono pronti da aprire e mangiare, anche dalla stessa confezione. Rispettano, inoltre, le necessità di chi desidera alimentarsi in modo corretto, variegato, sano ed equilibrato. Questi prodotti hanno una shelf-life (durata di vita) di 18-24 mesi e preservano gusto e proprietà organolettiche dei nutrienti presenti.

Mi è poi capitato di assaggiare uno dei “piatti unici” del marchio ReadytoLunch a base di sorgo, manzo e pomodorini e devo ammettere che sono stata soddisfatta del gusto e della preparazione del pasto (come appena cucinato).
Osservando gli ingredienti e le tabelle nutrizionali, è evidente che alla base c’è una ricerca delle migliori materie prime che completano il piatto, sia in termini di macro che di micronutrienti.
Di seguito alcune foto delle confezioni dei pasti e le relative tabelle nutrizionali.

cibo astronauti

cibo astronauti

cibo astronauti

cibo astronauti
Gli astronauti vengono seguiti a 360° da equipe di professionisti (medici, allenatori, ingegneri, nutrizionisti ecc… ) per far fronte alle difficoltà e ai faticosi esercizi in assenza di gravità. Non è facile, infatti, preservare la tonicità muscolare degli astronauti; per questo si allenano diverse ore al giorno e integrano in maniera corretta, a scopo preventivo.

Il mantenimento di un apparato scheletrico e muscolare dipende dagli stimoli e dalle forze meccaniche gravitazionali che agiscono sul corpo umano; quando queste mancano (si parla di microgravità) i muscoli diminuiscono di volume e vanno incontro a ipotrofia. C’è un maggior invecchiamento anche dell’apparato scheletrico; per questo gli astronauti sono sottoposti a analisi di densitometria ossea prima e dopo il volo.

Per prevenire tali problemi la ricerca nello space food è andata ancora più avanti, con alimenti arricchiti in micronutrienti, per esempio in calcio, come prevenzione del deperimento del tessuto osseo soggetto a invecchiamento più veloce in orbita, soprattutto nelle astronaute donna.

Le aziende ingegneristiche e aerospaziali come quella che ho conosciuto hanno ottenuto numerosi brevetti per le tecnologie utilizzate, poiché spinte da obiettivi sempre più alti (in tutti i sensi!).

Una bella fonte di ispirazione per tutti noi!

 

 

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L’importanza di conoscere la composizione corporea

L’importanza di conoscere la composizione corporea

Nella perdita di peso c’è molto più dei kg letti sulla bilancia. Molte volte mi è capitato di sentire frasi quali “anche una foglia di insalata mi ingrassa”, “sono stato a dieta e non sono sceso di un etto” oppure “d’estate peso molto meno dell’inverno, perché mi muovo di più”.
Se analizziamo meglio il concetto di peso, soprattutto al livello anatomico e fisiologico, occorre fare una distinzione tra i vari compartimenti corporei che a breve spiegherò, poiché il primo passo per un percorso di perdita di peso, in maniera corretta e sana, è la conoscenza oggettiva della composizione corporea.

Il lavoro di un biologo nutrizionista o di un qualsiasi professionista della salute dovrebbe essere sempre accompagnato da solide basi scientifiche e tecnico-matematiche, in modo da operare oggettivamente su dati misurabili del corpo umano. Dai dati così ottenuti è possibile ottenere una stima o misurazione dei vari distretti corporei.

Infatti, con un percorso graduale, si parte dalla misurazione del peso, altezza, pliche cutanee (tessuto adiposo sottocutaneo) e delle circonferenze corporee. Può sembrare banale usare il centimetro da sarto ad oggi, ma mi piacerebbe sottolineare l’importanza delle circonferenze poiché rientrano nei criteri identificativi della sindrome metabolica e del rischio cardiovascolare. Brevemente, nella sindrome metabolica rientrano diversi meccanismi fisiopatologici, quali insulino-resistenza, eccessivo flusso nel torrente circolatorio di acidi grassi, condizione proinfiammatoria, obesità). Questi criteri sono stati sviluppati da alcune Organizzazioni di interesse mondiale, quali:

  • NCEP ATP III (National Cholesterol Education Program-Third Adult Treatment Panel)
  • OMS o WHO (Organizzazione mondiale della Sanità)
  • IDF (International Diabetes Federation)

Di seguito uno schema che mette in relazione la circonferenza vita (uomini e donne) e il rischio cardiovascolare.

Continuando a parlare di antropometria, cioè dello studio dei caratteri misurabili del corpo umano (sia donne che uomini), appare più facile pensare alla nostra composizione corporea come insieme di massa magra + massa grassa (modello bicompartimentale). Questa visione è stata però superata da diversi anni verso analisi sempre più dettagliate e specifiche. Si adotta il modello tricompartimentale che, oltre a considerare la massa grassa e la massa magra, distingue all’interno della massa magra la massa cellulare di muscoli e organi + massa extracellulare.

Modelli di composizione corporea

In altre parole, il peso non è solo tessuto adiposo e muscolare. Si dovrebbe conoscere lo stato d’idratazione del soggetto, la compartimentazione dei liquidi all’esterno e all’interno delle cellule, la massa cellulare metabolicamente attiva e l’apparato scheletrico del soggetto (cioè il morfotipo che è legato alla massa scheletrica).

La valutazione dell’idratazione corporea è fondamentale per le reazione metaboliche nell’organismo, ma soprattutto nelle prestazioni sportive. Ci sono molti casi nello sport di peggioramento delle performance, dovuto alla riduzione eccessiva dei liquidi. Spesso la combinazione di elevate temperature con programmi allenanti e competitivi con alte prestazioni porta allo stato di disidratazione cronica, prolungata nel tempo.

Per cui, quando si intraprende un nuovo regime alimentare (anche se personalizzato) per perdere peso, ma non si osservano risultati immediati sulla propria bilancia, è normale che ci sia un cambiamento e rimodellamento della composizione corporea, magari a favore della massa magra con riduzione di liquidi in eccesso.
Questi cambiamenti in atto sono finemente regolati dai meccanismi omeostatici, cioè da segnali centrali e periferici che comunicano informazioni sullo stato attuale del bilancio energetico a regioni specializzate del cervello (ipotalamo). La fame e la sazietà sono risposte coordinate a questi segnali che comprendono messaggi neurali e ormonali provenienti dall’assunzione di cibo, quindi dall’intestino stesso.

Diventa allora importante porsi la domanda…se perdi peso cosa stai perdendo effettivamente? Massa metabolicamente attiva, acqua corporea, grasso primario essenziale o grasso di deposito (che è in eccesso in sovrappeso-obesita)?

Esistono strumenti messi a disposizione dai professionisti, come la bioimpedenziometria, che permettono di stimare i valori specifici appena descritti per poter iniziare un percorso personalizzato alle esigenze nutrizionali e ai fabbisogni energetici della persona, in relazione a età, sesso, attività fisica, abitudini e stili di vita.
A parità di peso e altezza, per esempio, due soggetti possono avere differenze enormi nella propria composizione corporea.

Dunque, un percorso o piano alimentare non può mai essere uguale per tutti, dipende dalla situazione di partenza e da fattori fisici individuali e unici.

 

Bibliografia

  • A Sustained Increase in Plasma Free Fatty Acids Impairs Insulin Secretion in Nondiabetic Subjects Genetically Predisposed to Develop Type 2 Diabetes, Sangeeta Kashyap, 
  • Changes in hydration status of soccer players competing in the 2008 European Championship, Gatterer H., J Sports Med Phys Fitness. 2011 Mar;51(1):89-94
  • Fisiologia applicata allo sport, McArdle W.D., Katch F.I., Katch V.L., edizioni Casa editrice Ambrosiana, 1998
  • Insulin resistance: an atherothrombotic syndrome The Leeds family study, Freeman et al., 2003: 89/1 (Jan) pp.1-205 Pages: 161-168
  • The five-level model: a new approach to organizing body composition research, Wang Z.M., et al., Am. J. Clin. Nutr.., 56:19,1992
  • Waist circumference action levels in the identification of cardiovascular risk factors: prevalence study in a random sample,
    Han Ts et al., BMJ, 1995;311:1401
  • http://www.bmj.com/content/311/7017/1401.long
  • https://www.nhlbi.nih.gov/files/docs/guidelines/atglance.pdf
  • http://www.who.int/publications/en/
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Obesità: consigli pratici e prevenzione

Obesità: consigli pratici e prevenzione

Finito il periodo natalizio, diventa automatico parlare dei nuovi propositi per l’anno nuovo. Uno degli obiettivi più ambiti è “mettersi in forma e a dieta”, ma io la chiamerei piuttosto “prevenzione”. Sono semplici attività quotidiane che possono prevenire il sovrappeso in tutte le fasce d’età ed educare anche i più piccoli!

Diversi studi su individui in sovrappeso o obesi indicano che la riduzione del peso (anche solo del 10%) ha effetti benefici per:
-Riduzione della pressione sanguigna
-Riduzione del rischio di insorgenza di diabete di più del 50%, per ridotta glicemia a digiuno e emoglobina glicata
-Lipidi (riduzione del 10% del colesterolo totale, del 15% di lipoproteine low density e del 30% di trigliceridi)
-Riduzione della mortalità (totale, di cancro, correlata al diabete e all’obesità)

Inoltre, nelle diete “fai da te” l’eccessiva restrizione calorica e i digiuni incontrollati portano alla perdita sia della massa grassa che di quella magra. Tuttavia questa veloce diminuzione di peso non perdura a lungo, poiché nel periodo di mantenimento si tende a riacquistare una percentuale di massa grassa (meccanismo yo-yo).

Il vero obiettivo sta nell’impostazione di una dieta che non sia troppo laboriosa, difficile e restrittiva per la persona, ma che richieda una personalizzazione correlata al fabbisogno energetico. Lo scopo è di non portare l’organismo alla riduzione del proprio metabolismo basale, dunque al rallentamento del dimagrimento e al riacquisto di kg in termini di massa grassa, secondo un circolo vizioso.

Attenzione a questi comportamenti

  • Il salto della colazione porta all’overeating nell’arco della giornata
  • La prima infanzia è il periodo in cui si imparano le abitudini alimentari che influenzeranno il peso nella vita adulta: rappresenta il laboratorio sperimentale per il futuro adulto
  • La dieta yo-yo è associata all’aumento di rischio di mortalità (da studio di osservazione)
  • Lo snacking/gli spuntini a fine pasto contribuiscono all’aumento di peso
  • L’ambiente costruito dall’uomo contribuisce alla sedentarietà e obesità
  • Cambiamenti dei fattori ambientali possono avere un effetto significativo per nella diminuzione di peso alla pari delle terapie farmacologiche

Consigli pratici

  • Piccoli cambiamenti fattibili giornalieri nella spesa energetica producono grandi cambiamenti a lungo termine
  • Il paziente che si sente pronto per perdere peso avrà più probabilità di riuscirci
  • L’attività sessuale comporta un significativo dispendio energetico negli adulti
  • I benefici dell’attività fisica (per durata, frequenza, intensità) e l’applicazione a partire dall’infanzia riducono l’insorgenza di obesità infantile
  • L’ambiente familiare, che promuove il mantenimento o la perdita di peso, è essenziale per prevenire l’insorgenza dell’obesità infantile o migliorare l’obesità infantile conclamata
  • L’allattamento al seno è protettivo per il bambino nel prevenire l’obesità nell’adulto
  • Dare più importanza al cibo e alla sua preparazione, assecondando princìpi di equilibrio, varietà e moderazione
  • Il momento del pasto dovrebbe avvicinarsi a un rituale rilassante, di convivio e in assenza del multitasking (come stare a tavola con tv, cellulari, distrazioni varie…)
  • Allenare i più piccoli (consiglio rivolto anche gli adulti) a osservare e descrivere ciò che è pronto in tavola, sviluppando senso critico e consapevolezza del proprio cibo

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  • Functional analysis of seven genes linked to body mass index and adiposity by genome-wide association studies: a review, Speakman JR, Hum Hered. 2013;75(2-4):57-79. doi: 10.1159/000353585
  • Obesity as a disease, Jung RT, Br Med Bull. 1997;53(2):307-21
  • The role of macronutrient intake in reducing the risk of obesity and overweight among carriers of different polymorphisms of FTO gene. A review, Przeliorz-Pyszczek A, Regulska-Ilow B, Rocz Panstw Zakl Hig. 2017;68(1):5-13
  • www.who.int/en
  • sio-obesita.org
  • www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed
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Allergia al nichel: cosa c’è da sapere

Allergia al nichel: cosa c’è da sapere

L’allergia al nichel è la più comune allergia ai metalli. Il nichel costituisce circa il 0.008% della crosta terrestre ed è il 22° elemento più abbondante in natura; si trova in acqua, terreno, aria e in generale in tutta la biosfera (organismi vegetali e animali), in alcune rocce o puro o legato con il ferro, e nell’acciaio a costituire leghe molto resistenti. Per questo motivo infatti l’acciaio costituisce il materiale di costruzione di alcuni food processing equipment, ossia strumentazioni per la produzione alimentare al livello industriale, che vengono anche a contatto con l’alimento stesso.In natura la concentrazione di nichel presente nel terreno dipende da:

-Tipo di terreno, più o meno ricco in metalli (come nichel, cobalto, cromo)
-Uso di pesticidi o fertilizzanti
-Presenza di contaminazioni del terreno da rifiuti o effluenti urbani

Il percorso del nichel procede dal terreno all’acqua, dunque ai vegetali che acquisiscono nichel dall’acqua. Gli organismi animali acquisiscono nichel da piante e altri animali, così come l’uomo. I tessuti vegetali possono contenere fino a 4 volte la concentrazione di nichel rispetto ai tessuti animali, come possiamo vedere illustrato in figura (la sezione in grigio rappresenta la più alta concentrazione di nichel che diminuisce verso l’apice della piramide).

concentrazioni di nichel

Manifestazioni

Gli individui allergici a questo metallo sono in maggior percentuale le donne degli uomini. Una delle possibili spiegazioni può essere dovuta al contatto più frequente con il nichel attraverso materiali di gioielleria. Può manifestarsi con maggiore probabilità anche in bambini con apparecchi ortodontici che sono esposti per lunghi periodi all’ingestione di nichel, anche se a basse concentrazioni, ma in maniera continua.

Questa allergia può dare problemi che perdurano per tutta la vita, quindi di natura cronica e causare dermatiti ed eczema soprattutto al livello delle mani. Le manifestazioni, soprattutto cutanee, dell’allergia possono instaurarsi in seguito a breve contatto con prodotti contenenti il metallo o addirittura dopo diversi anni a contatto con essi, accompagnato da una dermatite in secondo tempo. Alcuni soggetti sviluppano eczema anche dopo diversi anni dalla prima sensibilizzazione. Più rara è invece l’urticaria cronica (che è molto legata alla dieta e al nichel introdotto con essa).
La forma diagnosticabile è l’allergia da contatto, che è anche quella più diffusa e viene rivelata mediante patch test.

Nichel e dieta

Il nichel è molto abbondante nell’intake dietetico giornaliero medio attraverso gli alimenti (una media di 300-600 µg/giorno), per la motivazione che abbiamo spiegato inizialmente. Da dati osservazionali si è visto che la dermatite da allergia al nichel può essere tenuta sotto controllo o può migliorare con una dieta a bassa concentrazione di nichel, con la somministrazione orale di chelanti il metallo (disulfiram).

Molti studi dimostrano che una dieta a basso contenuto di nichel sia utile per migliorare la sintomatologia di questa allergia. Migliori risultati sono stati ottenuti con la combinazione della dieta a basso contenuto di nichel insieme alla mancanza di contatto con materiali a base nichel.

La dieta a basso contenuto (o a esclusione) di nichel certamente presenta difficoltà da parte del paziente allergico, per l’esclusione di gran parte delle categorie alimentari. L’ideale in questa situazione sarebbe di non eccedere oltre 150 µg di nichel/giorno.
Tale dieta di esclusione viene suggerita per un periodo che varia in base alla gravità della sintomatologia e alla suscettibilità individuale, per poi valutare l’impatto e l’efficacia di questa strategia.
Tuttavia, rimane difficoltoso determinare quantitativamente il nichel negli alimenti, poiché dipende da numerosi fattori ambientali: composizione dei materiali e tipologia di  utensili della cucina, fertilizzanti, composizione del suolo, oltre che dalla variabilità individuale nell’assorbimento del metallo. Di certo, si dovrebbero eliminare gli alimenti ad alta concentrazione di nichel o che peggiorano i sintomi dermatologici, come i seguenti.

Alimenti da escludere (alta concentrazione)

nichel tools

-cibi acidi (cucinati in utensili di acciaio inox)
-cibi in scatola
-aringhe, frutti di mare -grassi, margarina
-farine integrali
-lievito chimico
-cacao, cioccolato
-ananas, fragole, lamponi
-frutta secca (arachidi, mandorle, nocciole, noci)
-frutta essiccata, gelatine, liquirizia
-cibi di origine vegetale: pomodori, spinaci, rape, cavolo, porro, cipolla, asparagi, fagioli, lenticchie, piselli, soia e proteine della soia in polvere
-integratori vitaminici
-tè

Alimenti permessialimenti nichel free

-carne (compreso pollame)
-pesce (eccetto per aringhe e frutti di mare)
-uova
-latte e latticini
-riso bianco
-pasta
-cereali raffinati, senza germe di grano
-cibi di origine vegetale: ceci, cavolfiore, broccoli, cavolo, patate, carote, barbabietole, aneto, melanzane, zucchine, cetriolo, funghi, prezzemolo
-far scorrere per qualche secondo l’acqua del rubinetto se usata per cucinare o per bere
-agrumi

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  • Dietary exposure estimates of 30 elements from the UK Total Diet Study. Ysart G, Miller P, Crews H, Robb P, Baxter M, De L’Argy C, et al. Food Addit Contam. 1999;16:391–403
  • Low Nickel Diet: A Patient-Centered Review. Bergman D, Goldenberg A, Rundle C, Jacob SE (2016). J Clin Exp Dermatol Res 7:355. doi: 10.4172/2155-9554.1000355
  • Low Nickel Diet in Dermatology. Ashimav D Sharma. Indian J Dermatol. 2013 May-Jun; 58(3): 240. doi: 10.4103/0019-5154.110846
  • Nickel sensitization and dietary nickel are a substantial cause of symptoms provocation in patients with chronic allergic-like dermatitis syndromes Andrea Antico, M.D.,1 and Roberto Soana, M.D.2. Allergy Rhinol 6:e56 –e63, 2015; doi: 10.2500/ar.2015.6.0109
  • https://www.ncbi.nlm.nih.gov/
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Quali sono i benefici delle fibre?

Quali sono i benefici delle fibre?

La nostra alimentazione include numerosi carboidrati che forniscono al corpo energia, fibra dietetica (o fibra grezza) e derivati della fermentazione della fibra. Molto spesso si parla delle fibre e dei loro benefici, ma è opportuno chiarire cosa si intende per fibre e come agiscono nel nostro organismo. Esistono, infatti, diverse definizioni che sono state proposte dalla letteratura scientifica:

“Parti commestibili di piante o carboidrati analoghi che sono resistenti alla digestione e all’assorbimento nell’intestino tenue umano con fermentazione completa o parziale nel grande intestino. La fibra dietetica include polisaccaridi, oligosaccaridi, lignina e sostanze vegetali associate. Le fibre dietetiche promuovono benefici fisiologici ed effetti lassativi, diminuzione di colesterolo e del glucosio nel sangue” (American Association of Cereal Chemists).

“La fibra dietetica è costituita da carboidrati e lignina presenti nelle piante. La fibra funzionale è costituita da carboidrati isolati, non digeribili con effetti fisiologici benefici nell’uomo. La fibra totale è la somma della fibra dietetica e fibra funzionale” (Institute ofMedicine, Washington DC).

“Polimeri di carboidrati con più di dieci unità monomeriche che non vengono idrolizzate dagli enzimi endogeni nell’intestino dell’uomo” (The Codex Alimentarius Commission).

fibra

Composizione

La fibra dietetica ha un’origine vegetale, apporta 2kcal/g e transita inalterata nell’intestino.
E’ costituita da polisaccaridi non digeribili, cioè non utilizzabili dall’apparato digerente dell’uomo, ma possono agire da prebiotici, ossia possono essere fermentati dal microbiota intestinale (insieme di microrganismi presenti nell’intestino). Per esempio, i prebiotici FOS (frutto-oligosaccaridi) sono presenti in molti frutti, verdure, piante e sono importanti per la crescita dei microrganismi buoni (come bifidobatteri e batteri lattici) che impediscono la colonizzazione di patogeni nel colon. Tra i FOS, il più rappresentato è l’inulina, presente in banane, tartufo bianco, cicoria, cipolle, aglio, carciofi, porri, asparagi.

Possiamo distinguere la fibra in:

  • Fibra solubile (pectine, gomme…): presente nella frutta, in alcune verdure, legumi e cereali. Forma con l’acqua gel stabili che determinano rigonfiamento con aumento del senso di sazietà. Svolgono funzioni di rallentamento del transito intestinale e dell’assorbimento di glucosio e colesterolo nel sangue. Per la loro azione gelificante vengono anche usate nella preparazione di marmellate e altri prodotti alimentari.
  • Fibra insolubile (cellulosa, lignina…): si trova nelle verdure ricche di fibre e nella crusca dei cereali integrali. Questo tipo di fibra assorbe importanti quantità di acqua al livello intestinale, accelera il transito del cibo e il movimento peristaltico del canale intestinale e rallenta l’assorbimento di glucosio e amido.

    Fibre

Funzioni

Secondo le linee guida nutrizionali nazionali una dieta variegata di frutta, verdura, legumi, cereali integrali, noci rappresenterebbe un’adeguata fonte di fibre alimentari. Ci sono sempre più evidenze che indicano che l’aggiunta di fibra alla dieta condizioni la funzione e la struttura intestinale, modificando la produzione di ormoni e migliorando l’omeostasi del glucosio nell’organismo, anche in assenza di malattie croniche. Infatti, spesso le fibre sono indicate in regimi di diete ipocolesterolemizzanti, nel diabete di tipo 2, nella riduzione dell’assorbimento di altri lipidi e di glucosio; riduce l’incidenza di stipsi, diverticolosi e del cancro al colon-retto. Inoltre, stimola e potenzia il sistema immunitario:

  • interagiscono con le cellule di microrganismi patogeni inibendo il loro attacco alle cellule epiteliali dell’uomo
  • la loro fermentazione porta alla produzione di acidi grassi a corta catena che migliorano l’assorbimento delle sostanze nutritive, e  hanno un’azione immuno-modulatoria e anti-infiammatoria. Un altro prodotto della fermentazione delle fibre è la vitamina B12 e la vitamina K necessarie all’organismo
  • il consumo di fibre prebiotiche (soprattutto inulina e FOS) è stato correlato all’aumento di batteri lattici benefici nell’intestino
  • stimolano la produzione di mucina al livello dell’epitelio intestinale, evitando l’aderenza e successiva traslocazione dei microrganismi patogeni attraverso la parete epiteliale

Ma attenzione all’eccesso di fibra!

Se in eccesso, la fibra può trattenere alcune vitamine e minerali con il loro mancato assorbimento (per esempio il ferro); può creare meteorismo e eccessiva produzione di gas per le attività fermentative con aumento della massa fecale e un peggioramento del colon irritabile o di infiammazioni intestinali in soggetti più sensibili.

Sotto controllo del nutrizionista e del medico, si possono combinare alimenti a base di microrganismi vivi o fermentati (kefir yogurt) con i prebiotici, creando i simbiotici: alimenti colonici con interessanti proprietà nutrizionali che rendono questi abbinamenti funzionali nell’esercitare effetti benefici nel microbiota intestinale.

 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  • FAO Technical Meeting on Prebiotics, Pineiro, Maya phD et al., September 2008 – Volume 42 – Issue – pp S156-S159. doi: 10.1097/MCG.0b013e31817f184e
  • Gibson GR, Roberfroid MB. Dietary modulation of the human colonic microbiota: introducing the concept of prebiotics. J Nutr 1995;125:1401–12. PMID 7782892
  • Inan MS, Rasoulpour RJ, Yin L, Hubbard AK, Rosenberg DW & Giardina C (2000) The luminal short-chain fatty acid butyrate modulates NF-kB activity in a human colonic epithelial cell line. Gastroenterology 118, 724–734
  • Massimino S, Field CJ, Hayek MG, Sunvold GD & McBurney MI (1998) Fermentable dietary fiber increases GLP-1 secretion and improves glucose homeostasis despite increased intestinal glucose transport capacity in healthy dogs. Journal of Nutrition 128, 1786–1793
  • Mortensen PB & Clausen MR (1996) Short-chain fatty acids in the human colon: relation to gastrointestinal health and disease. Scandinavian Journal of Gastroenterology 216, 132–148
  • The immune-enhanching effects of dietary fibres and prebiotics. Schley PD, Field CJ, Br J Nutr. 2002 May; 87 suppl 2:s 221-30
  • http://www.aaccnet.org/Pages/default.aspx
  • http://www.fao.org/fao-who-codexalimentarius/en/
  • http://www.nationalacademies.org/hmd/http://www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_2_1.jsp?lingua=italiano&id=1016
  • http://www.salute.gov.it/portale/home.html

 

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Obesità: storia e cause

Obesità: storia e cause

Nel corso della storia evolutiva dell’uomo sono stati selezionati geni con funzioni specifiche per le attività di deposito e mobilizzazione delle riserve energetiche del tessuto adiposo. Ma il nostro modo di nutrirci non è più lo stesso per il quale il tessuto adiposo si è evoluto per far fronte ai periodi di mancanza di cibo; infatti l’abbondanza e l’eccessiva disponibilità di cibo è alla base dell’endemica diffusione dell’obesità.
Secondo la Società Italiana dell’Obesità essa rappresenta una “condizione cronica ad eziopatogenesi complessa, in cui concorrono più fattori, anche contemporaneamente, e intervenire solo su un fattore spesso non è sufficiente; l’approccio non deve essere monodirezionale”.

Diversi studi hanno definito l’obesità come epidemia del terzo millennio definendola globesità e correlandola alla crescita esponenziale delle problematiche di sovrappeso e obesità. Facendo un esempio, si è osservato un raddoppio di eccesso ponderale dal 1980 al 2008.
Dai dati ISTAT in Italia l’obesità sta diventando un importante problema di salute; nel caso delle persone anziane, l’eccesso di peso influisce non tanto sulla mortalità quanto sullo stato funzionale e nel peggioramento dei problemi medici di comorbidità.
In Italia 23 milioni 85 mila persone (il 39,2% della popolazione di 3 anni e più) dichiarano di non praticare sport né attività fisica nel tempo libero con elevate differenze di genere: è sedentario il 43,4% delle donne contro il 34,8% degli uomini.
Nella popolazione di 18 anni:
– 45,9% è in eccesso di peso (35,5% in sovrappeso, 10,4% obeso),
– 51,0% è normopeso
– 3,1% è sottopeso.

MULTIFATTORIALITÀ

GENETICA E AMBIENTE

Anche se con percentuali basse, esistono diversi geni legati all’aumento del peso, dovuto a diversi polimorfismi. Questi riguardano soprattutto geni che incidono sulla regolazione dell’apporto e della spesa energetica.
Un esempio è il gene FTO che predispone, in soggetti con polimorfismi, ad una programmazione genetica di aumento del peso. Infatti può capitare che quando le strategie psiconutrizionali e l’aumento di spesa energetica con attività fisica non portano a risultati (pazienti no responder), si vada a considerare l’aspetto genetico.
Anche l’ambiente può alterare l’espressione o l’attività di determinati geni implicati nel fenotipo obeso e coinvolti nell’equilibrio del peso corporeo.

AMBIENTE FAMILIARE

Le abitudini alimentari familiari, insieme alla presenza in famiglia di uno o di entrambi i genitori obesi, aumenta la probabilità di sviluppare questa patologia anche nei figli, condizionando il peso del bambino e la permanenza di obesità nell’adulto.
Tale ambiente obesogeno viene spinto ancora di più da sedentarietà, assenza di attività fisica, abitudini scolastiche, ritmi e abitudini lavorative dei genitori, mass-media, pubblicità subliminali, omaggi d’acquisto, marketing o cinema, la cui esposizione a spot tra i 2-6 anni aumenta l’induzione ai consumi.

AMBIENTE INTRAUTERINO E SVILUPPO

In gravidanza c’è una finestra temporale di programming prenatale e neonatale in cui, se non viene controllata l’alimentazione della madre, è maggiore il rischio di sviluppo di obesità o sovrappeso nell’adulto.
Fattori quali obesità, diabete o assunzione di grassi trans nella madre possono alterare la sensibilità all’ormone leptina (che regola il dispendio energetico, il senso di fame, il peso corporeo, lo sviluppo della pubertà ecc…).
La malnutrizione troppo severa in gravidanza predispone a bambini sottopeso alla nascita, ma predisposti a obesità e insulino-resistenza nella crescita.
Un bambino sottopeso alla nascita che ha un’eccessiva velocità di recupero del peso nei primi giorni (incentivata anche con i latti artificiali) può essere predisposto a sovrappeso o obesità in futuro.

 

 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  • Functional analysis of seven genes linked to body mass index and adiposity by genome-wide association studies: a review, Speakman JR, Hum Hered. 2013;75(2-4):57-79. doi: 10.1159/000353585
  • Obesity as a disease, Jung RT, Br Med Bull. 1997;53(2):307-21
  • The role of macronutrient intake in reducing the risk of obesity and overweight among carriers of different polymorphisms of FTO gene. A review, Przeliorz-Pyszczek A, Regulska-Ilow B, Rocz Panstw Zakl Hig. 2017;68(1):5-13
  • www.who.int/en
  • www.istat.it/it
  • sio-obesita.org
  • www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed

 

 

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La piramide alimentare

La piramide alimentare

L’idea della piramide è di dare un messaggio chiaro e comprensibile a tutti, sia dal punto di vista qualitativo che di frequenze giornaliere e settimanali, al fine di indirizzarci verso scelte alimentari consapevoli. Di seguito una piccola spiegazione della piramide che è rappresentata nella figura sottostante.

  • Alla base di tutto vengono indicate le abitudini e lo stile di vita caratterizzato da: attività fisica, convivialità, stagionalità e prodotti locali. Una novità degli ultimi anni è stata l’aggiunta dell’acqua (e tisane) come ad ogni pasto nella giornata. L’acqua oligominerale viene molto spesso sottovalutata, ma rappresenta una buona fonte per garantire l’equilibrio di sali minerali, favorisce la depurazione, la digestione, l’assimilazione di nutrienti e assicura l’equilibrio termico.
  • Il pasto principale è costituito da cereali e derivati, in chicco, pasta o sotto forma di farine (come frumento, mais, riso, orzo, avena, segale, farro, miglio) preferibilmente integrali poiché sono più ricchi in fibre, vitamine e sali minerali; frutta 1-2 porzioni/die; verdura almeno 2-3 porzioni/die. Frutta e verdura preferibilmente di stagione, a rotazione.
  • Salendo ancora troviamo gli alimenti da assumere ogni giorno, quali frutta secca (ricca in acidi grassi polinsaturi che hanno effetti benefici sul colesterolo LDL, un’azione antinfiammatoria, un discreto apporto proteico e alcuni, come il tocoferolo, hanno una potente azione antiossidante endogena), olio extravergine d’oliva (contenente fitosteroli, polifenoli, vitamine liposolubili con potere antiossidante), erbe e spezie (come sostituti del sale per insaporire gli alimenti), latticini (latte e yogurt) 2 porzioni al giorno.
  • Settimanalmente viene consigliato il consumo di 2 porzioni di carni bianche, formaggi e uova, 2 o 3 di pesce (ricchi in omega-3, una classe di acidi grassi polinsaturi ritenuti benefici nella prevenzione di malattie cardiovascolari) e ugualmente per i legumi.
  • Meno frequentemente viene consigliata una porzione di carne rossa, massimo una porzione di salumi e carni lavorate, e 1-2 porzioni di dolci alla settimana.
  • Vino con moderazione, un bicchiere al giorno per le donne (anche se è scontato dirlo, ma è vietato in gravidanza) e due per gli uomini.

Esistono anche piramidi specializzate ed adattate per fasce d’età (ad esempio prima infanzia, pediatria, anziani, allattamento).
Diversi studi hanno dimostrato come l’aderenza alla dieta mediterranea sia bassa persino nelle popolazioni dei paesi del bacino mediterraneo. Altri studi dimostrano che una dieta ricca in frutta, verdura, cereali integrali, legumi, pesce e olio di oliva come fonte lipidica, sia di grande supporto per il fisiologico periodo di menopausa e invecchiamento prevenendo alcune patologie,quali ad esempio:
-rischio di mortalità cardiovascolare e totale
-neoplasie
-malattie neurodegenerative
-diabete di tipo 2

Concludendo…
Cerchiamo di riavvicinarci alle nostre autentiche origini e alla nostra mediterraneità con tutti i benefici e vantaggi che apporta alla nostra salute!

 

BIBLIOGRAFIA e SITOGRAFIA

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Dieta mediterranea: il nostro modello

Dieta mediterranea: il nostro modello

Lo stile di vita odierno è caratterizzato da una grande disponibilità di cibo che a partire dal boom economico dopo gli anni ’50 si è arricchito in proteine, acidi grassi saturi e zuccheri, la maggior parte di derivazione industriale (Junk Food). Più un alimento viene processato, lavorato e raffinato, minore sarà la sua qualità nutrizionale in micronutrienti (vitamine, sali minerali) e maggiore il suo contenuto in sale e conservanti.
Ad oggi lo stile mediterraneo è molto lontano da quello inteso come modello. Esso si basava sulla convivialità, attività fisica, rispetto della stagionalità degli alimenti e sul consumo dei prodotti locali. Adesso viene offuscato da un apparente stato di benessere psicofisico, come osserviamo dall’allungamento della vita media, caratterizzato però da una maggiore predisposizione alle malattie metaboliche o “malattie del benessere” (ad esempio diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari).

Le occasioni di consumare cibo sono aumentate e questa tipologia di “dieta” apporta una grande quantità di calorie, ma con scarso valore nutrizionale, dove i nutrienti non sono presenti in proporzioni soddisfacenti il nostro fabbisogno giornaliero.
A questo si aggiunge una maggiore sedentarietà, dunque una riduzione del dispendio energetico che porta ad uno squilibrio tra le entrate (ciò di cui ci nutriamo) e le uscite (il nostro dispendio). Tutto ciò ha portato a considerare e definire il nostro un mondo obesogeno.

Le nuove acquisizioni scientifiche hanno contribuito a partire dagli anni ’90 alla stesura di uno schema visivo, di impatto e di facile comprensione per promuovere un corretto stile di vita e una dieta sana ed equilibrata per mantenersi in salute: la piramide alimentare della dieta mediterranea.
Nel 2010 la dieta mediterranea è stata riconosciuta come patrimonio culturale dell’umanità dall’UNESCO ed è stata definita come “l’insieme di abitudini alimentari dei popoli del bacino del Mediterraneo che si sono consolidate nei secoli e sono rimaste pressoché immutate fino al boom economico degli anni ‘50” (http://en.unesco.org/).

La dieta mediterranea prevede, in particolare, la condivisione e il consumo di cibo, derivanti da un insieme di competenze, conoscenze, riti, tradizioni di colture, raccolta, pesca, zootecnia, conservazione e cucina.
Mangiare insieme è il fondamento della continuità e dell’identità culturale nelle comunità del bacino mediterraneo. Infatti si tratta di un momento di scambio sociale, di comunicazione e di affermazione della famiglia.
La dieta mediterranea sottolinea i valori di ospitalitàdialogo interculturale e creatività, ma soprattutto rispecchia un modo di vita guidato dal rispetto per la diversità, riunendo persone di ogni età e classe sociale.
Inoltre, si salvaguardano le sue tecniche, il rispetto dei ritmi stagionali e degli eventi festivi, trasmettendo questi valori alle nuove generazioni. Durante la pratica quotidiana di scambio e rispetto reciproco i mercati svolgono un ruolo chiave per coltivare e trasmettere questi valori.

Concludendo possiamo dire che la nostra popolazione ha il compito di recuperare e preservare questo prezioso patrimonio mondiale!

 

 

 

BIBLIOGRAFIA e SITOGRAFIA

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