alimentazione

Le 7 scorrette abitudini estive

Le 7 scorrette abitudini estive

1.Bere acqua solamente durante i pasti

Nel periodo più caldo dell’anno l’organismo ha maggiore richiesta di acqua, per compensare l’aumento della sudorazione e la perdita di sali minerali.
Sia al mare che in città sarebbe una buona abitudine portarsi in borsa/zaino/sacca una bottiglia d’acqua da cui attingere più volte al giorno con l’intento di reidratarsi costantemente.
Quindi l’acqua dovrebbe accompagnare ogni momento della giornata per far fronte quotidianamente ai nostri impegni fisici e intellettuali.

2.Mangiare un gelato per pranzo e per cena

L’idea di mangiare un gelato come sostituto del pasto è sicuramente invitante, ma potrebbe non essere sufficiente a coprire una dieta equilibrata anche dal punto di vista dei principali nutrienti (carboidrati, proteine, grassi), fibre e sali minerali.
Il gelato è altamente digeribile (tranne nei casi di intolleranza al lattosio) ma ha un indice di sazietà basso.
Le calorie (e la composizione) di una porzione di gelato da 100 g possono variare notevolmente tra i diversi gusti:

  • Gelato alla frutta: 179 kcal
  • Gelato fior di latte: 218 kcal
  • Gelato al cioccolato: 215 kcal

Inoltre, il gelato alla frutta può essere prodotto senza latte risultando un alimento meno calorico e più leggero per la digestione (essendoci frutta, zucchero, acqua).
Per il resto dei gusti gli ingredienti base sono rappresentati da latte, zucchero, uova con eventuali aggiunte di panna, zucchero, sciroppi, topping e altro ancora.
La scelta ideale per un gelato al pranzo (in via eccezionale) potrebbe essere una coppa di gelato artigianale alla frutta o di fior di latte insieme a frutta fresca di stagione.

3.Bere bibite gassate e zuccherate

La tentazione di “idratarsi” d’estate con bibite di ogni gusto e colore è ovunque (bar, ristoranti, supermercati, autogrill…), ma bisogna tener conto dell’elevato contenuto di zuccheri semplici e dolcificanti artificiali che le rendono un “non-alimento”.
Infatti, queste bevande sono nutrizionalmente vuote e non ci nutrono, ma ci apportano calorie in più!
Il loro uso continuo è stato correlato anche a una maggiore incidenza di diabete e malattie del benessere (basti pensare all’effetto di sintesi di cellule adipose da alti picchi di glicemia e insulina dai pasti di zuccheri semplici).
Inoltre, non dimentichiamoci dell’ingente quantitativo di rifiuti di lattine e plastica.
Smettere di assumere questi alimenti ridurrebbe il loro impatto ambientale!

4.Bere bibite gelate

La sensazione di appagamento da una bevanda fredda è apparente e momentanea.
Lo shock termico causato dall’utilizzo di bibite molto fredde può diminuire l’afflusso di sangue durante la digestione; può anche rallentare la secrezione dei succhi gastrici e i movimenti peristaltici dello stomaco.
La conseguenza di questi effetti “termici” è la congestione (aumento di afflusso di sangue all’intestino) che può manifestarsi con crampi, diarrea, sudorazione o a volte svenimento.
Chi ha un colon “più sensibile” o è predisposto al colon irritabile dovrebbe evitare bevande fredde per non peggiorare le condizioni intestinali, già alterate.
Per chi non vuole avere cattive sorprese durante le vacanze evitate le bevande ghiacciate e preferite quelle a temperatura ambiente. Ci reidratano molto di più.

5.La caprese è “leggera”

Il piatto di CAPRESE può sembrare apparentemente leggero, “ipocalorico” e tipicamente estivo, ma analizziamo in dettaglio la composizione del piatto.
Un alimento può variare in qualità e composizione se assunto da solo (mozzarella) o se viene associato ad altri (mozzarella + pomodoro).
Normalmente la digestione dei cibi richiede un determinato gruppo di enzimi specifici che si attivano in un ambiente più acido (vedi digestione del pomodoro) rispetto ad altri che si attivano in ambienti più basici (latticini).
Quindi, introducendo insieme pomodoro e mozzarella la digestione richiederà diversi enzimi dei succhi gastrici e sarà molto più lenta rispetto ai singoli alimenti assunti da soli.
Un consiglio: potreste scegliere una pizza rossa marinara o una focaccia con verdure senza mozzarella; vedrete che ne verranno esaltati i gusti!

6.Mangiare tanta frutta

La frutta, insieme alla verdura, è sempre al centro dei consigli nutrizionali dei professionisti, ma spesso andrebbe aggiunta una piccola nota che ne specifichi la quantità. Come ben sappiamo, tutti i frutti (alcuni più di altri) contengono una discreta quantità di fruttosio.
Questo zucchero monosaccaride semplice, se è in eccesso, non viene più utilizzato dall’organismo e viene convertito in acido lattico o trigliceridi che verranno riversati nel sangue o depositati nel fegato.
Inoltre, la permanenza di questo zucchero nel lume intestinale potrebbe essere fermentato dal microbiota e causare fenomeni di flatulenza e dolori intestinali. Il consiglio è di limitare la frutta a 2 porzioni al giorno come ottimo spuntino durante la giornata, magari accompagnata anche da una piccola quantità di frutta secca.

7.Acquistare prodotti non stagionali

Durante la storia evolutiva l’uomo ha vissuto seguendo i ritmi stagionali.
La sua sopravvivenza si è sempre basata su tutto ciò che la natura offriva in un determinato periodo.
Gli stimoli ambientali e la disponibilità di determinati prodotti vegetali ha permesso la selezione di geni per l’adattamento ai cambiamenti ambientali.
Non è un caso che proprio nella stagione estiva di maggior perdita di acqua e sali minerali interviene la natura con i prodotti più ricchi di queste sostanze: cocomero, melone, albicocche, prugne, zucchine, cetrioli…

Mangiare secondo stagionalità è alla base del sostentamento dell’uomo nelle sue attività quotidiane, nel pieno rispetto dell’ambiente. Fatelo!

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Agretti primaverili

Agretti primaverili

Possono chiamarsi agretti o “barba del frate” o anche “riscoli”, ma il loro nome botanico è Salsola soda (famiglia Amarantaceae).
Per chi non la conoscesse la S. soda è una verdura tipica delle zone costiere e dell’area mediterranea. Recentemente è stata osservata crescere anche in suoli salini della California e dell’America meridionale.

E’ una pianta che cresce molto bene in terreni ricchi di sale, infatti riesce ad accumulare grandi quantità di sodio.
E’ chiamata “salsola soda” poichè dalla sua combustione si ottengono ceneri molto ricche in soda: l’elevata concentrazione di sodio reagisce con l’anidride carbonica nella reazione di combustione e forma un composto chiamato carbonato di sodio, dunque la soda.
In antichità questo prodotto di combustione veniva usato per diversi scopi come la produzione di saponi o la lavorazione del vetro.

agretti

Proprietà

 

Le specie del genere Salsola sono largamente usate nella medicina popolare di Russia, Cina e Bahrein, come diuretico, anti-ipertensivo, anti-cancro, emolliente, anti-infiammatorio e anti-ulcera.

Recentemente, uno studio pubblicato su “Die Pharmazie – An International Journal of Pharmaceutical Sciences” ha dimostrato gli effetti ipoglicemici della Salsola soda (agretti): tramite l’inibizione dell’enzima α-amilasi è stata osservata una diminuzione dei livelli di glicemia in vitro.

Numerosi ricercatori hanno analizzato le proprietà biochimiche e farmacologiche dei composti “alcaloidi” presenti in questa pianta e hanno osservato potenziali attività:
-antimicrobiche
-antivirali
-ipotensive: riduzione della pressione arteriosa
-anticolinesterasiche: nel possibile trattamento di malattie neurodegenerative (come l’Alzheimer)

Questa verdura, tipica del nostro bacino mediterraneo, presenta ottime proprietà nutrizionali.
Gli agretti sono ricchissimi di micronutrienti (vitamine del gruppo B, vitamina A, ferro e potassio).
Le loro foglie contengono in gran parte acqua, infatti 100 g di agretti sono poco energetici e apportano solamente 17 kcal e ci danno (fonte crea):

-92,3 g di acqua
-1,8 g di proteine
-0,2 g di grassi
-2,2 g di carboidrati
-2,2 g di fibre
-1,2 mg di ferro
-131 mg di calcio


Ricette e consigli utili in cucina

Nei mercati gli agretti compaiono nel periodo primaverile, fino a giugno, e sono facilmente riconoscibili dai mazzetti di foglie verdi succulente e filiformi (come in figura).

Il sapore della barba di frate, o agretti, è molto intenso e amaro; per questo motivo vengono spesso conditi con limone e olio extravergine d’oliva nelle ricette classiche.

Per la loro preparazione lessateli sempre prima in acqua bollente, ma (e vale per tutte le verdure) è importante una cottura veloce poiché molte vitamine, essendo termolabili, non resistono a cotture prolungate.
Inoltre, un suggerimento per mantenere il colore verde vivo delle foglie filiformi è quello di porli subito in acqua fredda appena lessati.

agretti primaveraagretti verdura

Un consiglio che posso dare in cucina per prepararli è di iniziare sempre lavandoli bene dalla terra eventualmente presente; successivamente lessarli in acqua bollente e utilizzarli come verdura di contorno o in diverse ricette che vi elenco di seguito:

  • Agretti e aglio ripassati in padella
  • Pasta condita con agretti ripassati in padella e acciughe
  • Frittata di agretti e porri/scalogno
  • Spaghetti, agretti, pomodorini e aringa affumicata

Buona primavera a tutti con gli agretti!

 

Bibliografia

  • A potential role of alkaloid extracts from Salsola species (Chenopodiaceae) in the treatment of Alzheimer’s disease, Tundis R, Menichini F, Conforti F, Loizzo MR, Bonesi M, Statti G, Menichini F
  • Inhibitory effects on the digestive enzyme α-amylase of three Salsola species (Chenopodiaceae) in vitro, R TundisMR LoizzoGA StattiF Menichini. Pharmazie 2007;62:473475
  • In vitro Angiotensin Converting Enzyme (ACE) inhibiting activity of Salsola oppositifolia Desf., Salsola soda L. and Salsola tragus L, MR LoizzoR TundisGA StattiN PassalacquaL PeruzziF Menichini. Nat Prod Res 2007;21:346351
  • https://www.ncbi.nlm.nih.gov/
  • http://sito.entecra.it/portale/index2.php?lingua=IT&access_flag=0
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Cosa mangiano gli astronauti nello spazio?

Cosa mangiano gli astronauti nello spazio?

razioni kAlla base del cibo degli astronauti ci sono gli studi di Ancel Keys sulle razioni giornaliere dei soldati americani degli anni ’40, chiamate razioni-k.
Il fisiologo statunitense fu incaricato dal governo americano di studiare e sviluppare dei kit giornalieri per i pasti dei giovani soldati in combattimento.
I requisiti fondamentali erano: il facile trasporto, l’alto contenuto energetico e la non deperibilità.
I primi prototipi fornivano circa 3000 kcal giornaliere ed erano a base di barrette di frutta secca, uva passa, biscotti, carne in scatola e bevande in polvere. Successivamente sono state standardizzate a uniche confezioni contenenti colazione-pranzo-cena di circa 2800 kcal al giorno.

Nonostante la praticità delle razioni-K, furono mosse diverse critiche per l’inadeguato apporto calorico e vitaminico e per la monotonia dei menu. Dalle razioni-K originali dei marines americani i pasti sono nettamente cambiati, a favore di pasti pronti e di menu vari.

Infatti, qualche giorno fa, presso Fico Eataly World a Bologna, mi sono imbattuta nella presentazione della rassegna “Libertà di gusto è FICO”, organizzata da Fabio Canino, con ospite David Avino, dell’azienda ingegneristica aerospaziale italiana Argotec, che è responsabile della preparazione e fornitura del cibo (chiamato space food) per gli astronauti europei in orbita.

Questa azienda, con sede in Piemonte, si occupa di ricerca in numerosi settori aerospaziali, di cui il più affascinante secondo me è proprio quello dello space food. Per affrontare la sfida tecnologica di come preparare e mangiare in orbita, è stato sviluppato il progetto “Ready to Lunch”: sviluppo e vendita di prodotti da agricoltura biologica pratici e capaci di sostenere le performance fisiche degli astronauti.

L’obiettivo più importante, dice David Avino, è stato quello di produrre cibo evitando la dispersione e il galleggiamento nel vuoto (dai primi piatti alle bevande stesse). I prodotti sviluppati sono pronti da aprire e mangiare, anche dalla stessa confezione. Rispettano, inoltre, le necessità di chi desidera alimentarsi in modo corretto, variegato, sano ed equilibrato. Questi prodotti hanno una shelf-life (durata di vita) di 18-24 mesi e preservano gusto e proprietà organolettiche dei nutrienti presenti.

Mi è poi capitato di assaggiare uno dei “piatti unici” del marchio ReadytoLunch a base di sorgo, manzo e pomodorini e devo ammettere che sono stata soddisfatta del gusto e della preparazione del pasto (come appena cucinato).
Osservando gli ingredienti e le tabelle nutrizionali, è evidente che alla base c’è una ricerca delle migliori materie prime che completano il piatto, sia in termini di macro che di micronutrienti.
Di seguito alcune foto delle confezioni dei pasti e le relative tabelle nutrizionali.

cibo astronauti

cibo astronauti

cibo astronauti

cibo astronauti
Gli astronauti vengono seguiti a 360° da equipe di professionisti (medici, allenatori, ingegneri, nutrizionisti ecc… ) per far fronte alle difficoltà e ai faticosi esercizi in assenza di gravità. Non è facile, infatti, preservare la tonicità muscolare degli astronauti; per questo si allenano diverse ore al giorno e integrano in maniera corretta, a scopo preventivo.

Il mantenimento di un apparato scheletrico e muscolare dipende dagli stimoli e dalle forze meccaniche gravitazionali che agiscono sul corpo umano; quando queste mancano (si parla di microgravità) i muscoli diminuiscono di volume e vanno incontro a ipotrofia. C’è un maggior invecchiamento anche dell’apparato scheletrico; per questo gli astronauti sono sottoposti a analisi di densitometria ossea prima e dopo il volo.

Per prevenire tali problemi la ricerca nello space food è andata ancora più avanti, con alimenti arricchiti in micronutrienti, per esempio in calcio, come prevenzione del deperimento del tessuto osseo soggetto a invecchiamento più veloce in orbita, soprattutto nelle astronaute donna.

Le aziende ingegneristiche e aerospaziali come quella che ho conosciuto hanno ottenuto numerosi brevetti per le tecnologie utilizzate, poiché spinte da obiettivi sempre più alti (in tutti i sensi!).

Una bella fonte di ispirazione per tutti noi!

 

 

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Obesità: consigli pratici e prevenzione

Obesità: consigli pratici e prevenzione

Finito il periodo natalizio, diventa automatico parlare dei nuovi propositi per l’anno nuovo. Uno degli obiettivi più ambiti è “mettersi in forma e a dieta”, ma io la chiamerei piuttosto “prevenzione”. Sono semplici attività quotidiane che possono prevenire il sovrappeso in tutte le fasce d’età ed educare anche i più piccoli!

Diversi studi su individui in sovrappeso o obesi indicano che la riduzione del peso (anche solo del 10%) ha effetti benefici per:
-Riduzione della pressione sanguigna
-Riduzione del rischio di insorgenza di diabete di più del 50%, per ridotta glicemia a digiuno e emoglobina glicata
-Lipidi (riduzione del 10% del colesterolo totale, del 15% di lipoproteine low density e del 30% di trigliceridi)
-Riduzione della mortalità (totale, di cancro, correlata al diabete e all’obesità)

Inoltre, nelle diete “fai da te” l’eccessiva restrizione calorica e i digiuni incontrollati portano alla perdita sia della massa grassa che di quella magra. Tuttavia questa veloce diminuzione di peso non perdura a lungo, poiché nel periodo di mantenimento si tende a riacquistare una percentuale di massa grassa (meccanismo yo-yo).

Il vero obiettivo sta nell’impostazione di una dieta che non sia troppo laboriosa, difficile e restrittiva per la persona, ma che richieda una personalizzazione correlata al fabbisogno energetico. Lo scopo è di non portare l’organismo alla riduzione del proprio metabolismo basale, dunque al rallentamento del dimagrimento e al riacquisto di kg in termini di massa grassa, secondo un circolo vizioso.

Attenzione a questi comportamenti

  • Il salto della colazione porta all’overeating nell’arco della giornata
  • La prima infanzia è il periodo in cui si imparano le abitudini alimentari che influenzeranno il peso nella vita adulta: rappresenta il laboratorio sperimentale per il futuro adulto
  • La dieta yo-yo è associata all’aumento di rischio di mortalità (da studio di osservazione)
  • Lo snacking/gli spuntini a fine pasto contribuiscono all’aumento di peso
  • L’ambiente costruito dall’uomo contribuisce alla sedentarietà e obesità
  • Cambiamenti dei fattori ambientali possono avere un effetto significativo per nella diminuzione di peso alla pari delle terapie farmacologiche

Consigli pratici

  • Piccoli cambiamenti fattibili giornalieri nella spesa energetica producono grandi cambiamenti a lungo termine
  • Il paziente che si sente pronto per perdere peso avrà più probabilità di riuscirci
  • L’attività sessuale comporta un significativo dispendio energetico negli adulti
  • I benefici dell’attività fisica (per durata, frequenza, intensità) e l’applicazione a partire dall’infanzia riducono l’insorgenza di obesità infantile
  • L’ambiente familiare, che promuove il mantenimento o la perdita di peso, è essenziale per prevenire l’insorgenza dell’obesità infantile o migliorare l’obesità infantile conclamata
  • L’allattamento al seno è protettivo per il bambino nel prevenire l’obesità nell’adulto
  • Dare più importanza al cibo e alla sua preparazione, assecondando princìpi di equilibrio, varietà e moderazione
  • Il momento del pasto dovrebbe avvicinarsi a un rituale rilassante, di convivio e in assenza del multitasking (come stare a tavola con tv, cellulari, distrazioni varie…)
  • Allenare i più piccoli (consiglio rivolto anche gli adulti) a osservare e descrivere ciò che è pronto in tavola, sviluppando senso critico e consapevolezza del proprio cibo

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  • Functional analysis of seven genes linked to body mass index and adiposity by genome-wide association studies: a review, Speakman JR, Hum Hered. 2013;75(2-4):57-79. doi: 10.1159/000353585
  • Obesity as a disease, Jung RT, Br Med Bull. 1997;53(2):307-21
  • The role of macronutrient intake in reducing the risk of obesity and overweight among carriers of different polymorphisms of FTO gene. A review, Przeliorz-Pyszczek A, Regulska-Ilow B, Rocz Panstw Zakl Hig. 2017;68(1):5-13
  • www.who.int/en
  • sio-obesita.org
  • www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed
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Come prepararsi per la montagna

Come prepararsi per la montagna

L’inverno si avvicina, le feste natalizie sono alle porte e c’è chi approfitta delle temperature per godersi un pò di montagna, sciatori o snowboarder. Ma come vi preparate alla performance sulle piste?

Lo sci è uno sport praticato in tutto il mondo e apporta benefici in termini di salute e umore. E’ ciò che emerge da uno studio clinico dell’Università di Innsbruck, che ha indagato gli effetti dell’esposizione a moderate altitudini e della pratica dello sport alpino. Si sono osservati, infatti, effetti favorevoli sul sistema cardiovascolare (diminuzione pressione sanguigna e del battito cardiaco), nei parametri glicemici (glicemia, insulina) e nell’aumento del colesterolo HDL. Ci sono, comunque, alcuni accorgimenti e falsi miti attorno all’alimentazione che vi descriverò per vivere al massimo gli sport sulla neve.

Innanzitutto per praticare questo tipo di sport è necessaria una preparazione muscolare con allenamento adeguato e per tempo, per arrivare in pista pronti a sollecitare articolazioni e quadricipiti!
Inoltre, per avere la giusta benzina occorre rispettare un’alimentazione corretta senza appesantirsi. Esistono 2 fattori che possono creare difficoltà e rallentamento della digestione, rispetto ad altri sport (per esempio indoor):

  1. TEMPERATURA
  2. ALTITUDINE

snowboarding nutrizione

Falsi miti

Alcol

L’alcol non riscalda, né ci protegge dal freddo! Va limitato, se non addirittura evitato. Infatti, ad una apparente iniziale sensazione di calore (vasodilatazione) segue una dispersione di calore e vasocostrizione e quindi una maggior difficoltà di adattamento alle temperature rigide di montagna. Se è irrinunciabile, scegliere 1 bicchiere di vino o di un altro alcolico durante il pasto principale e non a stomaco vuoto. Lo sci richiede coordinazione e lucidità che sono inibite dall’alcol, poiché ritarda i tempi dei riflessi neuromotori.  Oltre ad essere negativo per la performance sportiva, si rischia di diventare un pericolo per gli altri sciatori in pista.

Idratazione

Alle temperature rigide sotto lo 0°C viene spesso sottovalutata la percezione della sete. Inoltre, la dispersione dei liquidi c’è e avviene per sudorazione, aria espirata e maggior perdita di acqua sotto forma di urine. Per questo è importante bere durante la giornata sulla neve. Non sono necessari integratori salini, ma sicuramente l’acqua lo è.

Proteine

Per gli sciatori amatori l’apporto giornaliero proteico corrisponde allo stesso della giornata a riposo; non occorre quindi l’assunzione di integratori o maggiori quantità di fonti proteiche. Un altro discorso si fa per i professionisti, poiché eseguono allenamenti di forza e gesti tecnici intensi che richiedono un apporto proteico maggiore per il recupero delle proteine dei muscoli. Un consiglio per i pasti principali: se scegliete fonti proteiche animali, come la carne, l’importante è che siano tagli magri, i grassi rallentano ulteriormente i tempi di digestione.

sci e nutrizione

Colazione

La colazione dovrebbe rappresentare circa il 20% dell’apporto di energia giornaliera. Deve essere quindi abbondante, ma con alimenti leggeri e facilmente digeribili. Per esempio: una colazione dolce con yogurt o latte, pane, un velo di burro e marmellata; si può anche optare per una colazione internazionale salata con uova, affettati magri, pane, frutta secca.

Spuntini

Gli spuntini o merende sono utili se facilmente digeribili e assimilabili. In questo modo ci forniscono le giuste calorie senza affaticare l’organismo nella loro digestione o creare sonnolenza. La scelta può essere fatta tra gli zuccheri semplici a rilascio immediato (ad esempio il fruttosio presente nella frutta) e le barrette costituite da mix di zuccheri e proteine (esempio cereali e frutta secca).

Pranzo

Per il pranzo i carboidrati sono considerati la principale fonte di energia per gli sportivi professionisti e amatori, soprattutto per il rientro in pista si consiglia di scegliere alimenti amidacei (cereali, pane, riso, polenta e derivati), abbinati a una fonte proteica e vegetale. Questi accostamenti di nutrienti tra loro permettono un lento rilascio di carboidrati e forniscono energia aiutando la performance sportiva. Infatti danno l’apporto necessario allo sforzo fisico, senza intaccare le riserve di grasso.
Si ricorda comunque di stare attenti a pasti, anche se qualitativamente corretti nelle scelte del menu, ma troppo abbondanti e ipercalorici, poiché l’effetto è quello di sentirsi appesantiti e aver minore concentrazione nell’attività fisica (conseguenza della concentrazione di sangue e ossigeno nel tratto gastrointestinale a discapito di cervello e altri distretti).

Cena

Nonostante la spesa energetica della giornata sugli sci, o snowboard, il pasto serale non deve rappresentare un’abbuffata, ma è necessario che sia vario ed equilibrato. Si associano carboidrati (zuppe, minestre) a proteine (carne, uova, pesce di lago o fiume) ed è importante che sia be rappresentata la porzione di verdura che viene spesso dimenticata a pranzo. I ritmi dei pasti serali di montagna danno comunque il tempo di digerire prima di coricarsi.

 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  • Austrian Moderate Altitude Study 2000 (AMAS 2000). The effects of moderate altitude (1,700 m) on cardiovascular and metabolic variables in patients with metabolic syndrome, Wolfgang Schobersberger et al., European Journal of Applied Physiology, February 2003, Volume 88, Issue 6, pp 506–514 
  • https://www.ncbi.nlm.nih.gov/
  • https://link.springer.com/

 

 

 

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Allergia al nichel: cosa c’è da sapere

Allergia al nichel: cosa c’è da sapere

L’allergia al nichel è la più comune allergia ai metalli. Il nichel costituisce circa il 0.008% della crosta terrestre ed è il 22° elemento più abbondante in natura; si trova in acqua, terreno, aria e in generale in tutta la biosfera (organismi vegetali e animali), in alcune rocce o puro o legato con il ferro, e nell’acciaio a costituire leghe molto resistenti. Per questo motivo infatti l’acciaio costituisce il materiale di costruzione di alcuni food processing equipment, ossia strumentazioni per la produzione alimentare al livello industriale, che vengono anche a contatto con l’alimento stesso.In natura la concentrazione di nichel presente nel terreno dipende da:

-Tipo di terreno, più o meno ricco in metalli (come nichel, cobalto, cromo)
-Uso di pesticidi o fertilizzanti
-Presenza di contaminazioni del terreno da rifiuti o effluenti urbani

Il percorso del nichel procede dal terreno all’acqua, dunque ai vegetali che acquisiscono nichel dall’acqua. Gli organismi animali acquisiscono nichel da piante e altri animali, così come l’uomo. I tessuti vegetali possono contenere fino a 4 volte la concentrazione di nichel rispetto ai tessuti animali, come possiamo vedere illustrato in figura (la sezione in grigio rappresenta la più alta concentrazione di nichel che diminuisce verso l’apice della piramide).

concentrazioni di nichel

Manifestazioni

Gli individui allergici a questo metallo sono in maggior percentuale le donne degli uomini. Una delle possibili spiegazioni può essere dovuta al contatto più frequente con il nichel attraverso materiali di gioielleria. Può manifestarsi con maggiore probabilità anche in bambini con apparecchi ortodontici che sono esposti per lunghi periodi all’ingestione di nichel, anche se a basse concentrazioni, ma in maniera continua.

Questa allergia può dare problemi che perdurano per tutta la vita, quindi di natura cronica e causare dermatiti ed eczema soprattutto al livello delle mani. Le manifestazioni, soprattutto cutanee, dell’allergia possono instaurarsi in seguito a breve contatto con prodotti contenenti il metallo o addirittura dopo diversi anni a contatto con essi, accompagnato da una dermatite in secondo tempo. Alcuni soggetti sviluppano eczema anche dopo diversi anni dalla prima sensibilizzazione. Più rara è invece l’urticaria cronica (che è molto legata alla dieta e al nichel introdotto con essa).
La forma diagnosticabile è l’allergia da contatto, che è anche quella più diffusa e viene rivelata mediante patch test.

Nichel e dieta

Il nichel è molto abbondante nell’intake dietetico giornaliero medio attraverso gli alimenti (una media di 300-600 µg/giorno), per la motivazione che abbiamo spiegato inizialmente. Da dati osservazionali si è visto che la dermatite da allergia al nichel può essere tenuta sotto controllo o può migliorare con una dieta a bassa concentrazione di nichel, con la somministrazione orale di chelanti il metallo (disulfiram).

Molti studi dimostrano che una dieta a basso contenuto di nichel sia utile per migliorare la sintomatologia di questa allergia. Migliori risultati sono stati ottenuti con la combinazione della dieta a basso contenuto di nichel insieme alla mancanza di contatto con materiali a base nichel.

La dieta a basso contenuto (o a esclusione) di nichel certamente presenta difficoltà da parte del paziente allergico, per l’esclusione di gran parte delle categorie alimentari. L’ideale in questa situazione sarebbe di non eccedere oltre 150 µg di nichel/giorno.
Tale dieta di esclusione viene suggerita per un periodo che varia in base alla gravità della sintomatologia e alla suscettibilità individuale, per poi valutare l’impatto e l’efficacia di questa strategia.
Tuttavia, rimane difficoltoso determinare quantitativamente il nichel negli alimenti, poiché dipende da numerosi fattori ambientali: composizione dei materiali e tipologia di  utensili della cucina, fertilizzanti, composizione del suolo, oltre che dalla variabilità individuale nell’assorbimento del metallo. Di certo, si dovrebbero eliminare gli alimenti ad alta concentrazione di nichel o che peggiorano i sintomi dermatologici, come i seguenti.

Alimenti da escludere (alta concentrazione)

nichel tools

-cibi acidi (cucinati in utensili di acciaio inox)
-cibi in scatola
-aringhe, frutti di mare -grassi, margarina
-farine integrali
-lievito chimico
-cacao, cioccolato
-ananas, fragole, lamponi
-frutta secca (arachidi, mandorle, nocciole, noci)
-frutta essiccata, gelatine, liquirizia
-cibi di origine vegetale: pomodori, spinaci, rape, cavolo, porro, cipolla, asparagi, fagioli, lenticchie, piselli, soia e proteine della soia in polvere
-integratori vitaminici
-tè

Alimenti permessialimenti nichel free

-carne (compreso pollame)
-pesce (eccetto per aringhe e frutti di mare)
-uova
-latte e latticini
-riso bianco
-pasta
-cereali raffinati, senza germe di grano
-cibi di origine vegetale: ceci, cavolfiore, broccoli, cavolo, patate, carote, barbabietole, aneto, melanzane, zucchine, cetriolo, funghi, prezzemolo
-far scorrere per qualche secondo l’acqua del rubinetto se usata per cucinare o per bere
-agrumi

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  • Dietary exposure estimates of 30 elements from the UK Total Diet Study. Ysart G, Miller P, Crews H, Robb P, Baxter M, De L’Argy C, et al. Food Addit Contam. 1999;16:391–403
  • Low Nickel Diet: A Patient-Centered Review. Bergman D, Goldenberg A, Rundle C, Jacob SE (2016). J Clin Exp Dermatol Res 7:355. doi: 10.4172/2155-9554.1000355
  • Low Nickel Diet in Dermatology. Ashimav D Sharma. Indian J Dermatol. 2013 May-Jun; 58(3): 240. doi: 10.4103/0019-5154.110846
  • Nickel sensitization and dietary nickel are a substantial cause of symptoms provocation in patients with chronic allergic-like dermatitis syndromes Andrea Antico, M.D.,1 and Roberto Soana, M.D.2. Allergy Rhinol 6:e56 –e63, 2015; doi: 10.2500/ar.2015.6.0109
  • https://www.ncbi.nlm.nih.gov/
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Quali sono i benefici delle fibre?

Quali sono i benefici delle fibre?

La nostra alimentazione include numerosi carboidrati che forniscono al corpo energia, fibra dietetica (o fibra grezza) e derivati della fermentazione della fibra. Molto spesso si parla delle fibre e dei loro benefici, ma è opportuno chiarire cosa si intende per fibre e come agiscono nel nostro organismo. Esistono, infatti, diverse definizioni che sono state proposte dalla letteratura scientifica:

“Parti commestibili di piante o carboidrati analoghi che sono resistenti alla digestione e all’assorbimento nell’intestino tenue umano con fermentazione completa o parziale nel grande intestino. La fibra dietetica include polisaccaridi, oligosaccaridi, lignina e sostanze vegetali associate. Le fibre dietetiche promuovono benefici fisiologici ed effetti lassativi, diminuzione di colesterolo e del glucosio nel sangue” (American Association of Cereal Chemists).

“La fibra dietetica è costituita da carboidrati e lignina presenti nelle piante. La fibra funzionale è costituita da carboidrati isolati, non digeribili con effetti fisiologici benefici nell’uomo. La fibra totale è la somma della fibra dietetica e fibra funzionale” (Institute ofMedicine, Washington DC).

“Polimeri di carboidrati con più di dieci unità monomeriche che non vengono idrolizzate dagli enzimi endogeni nell’intestino dell’uomo” (The Codex Alimentarius Commission).

fibra

Composizione

La fibra dietetica ha un’origine vegetale, apporta 2kcal/g e transita inalterata nell’intestino.
E’ costituita da polisaccaridi non digeribili, cioè non utilizzabili dall’apparato digerente dell’uomo, ma possono agire da prebiotici, ossia possono essere fermentati dal microbiota intestinale (insieme di microrganismi presenti nell’intestino). Per esempio, i prebiotici FOS (frutto-oligosaccaridi) sono presenti in molti frutti, verdure, piante e sono importanti per la crescita dei microrganismi buoni (come bifidobatteri e batteri lattici) che impediscono la colonizzazione di patogeni nel colon. Tra i FOS, il più rappresentato è l’inulina, presente in banane, tartufo bianco, cicoria, cipolle, aglio, carciofi, porri, asparagi.

Possiamo distinguere la fibra in:

  • Fibra solubile (pectine, gomme…): presente nella frutta, in alcune verdure, legumi e cereali. Forma con l’acqua gel stabili che determinano rigonfiamento con aumento del senso di sazietà. Svolgono funzioni di rallentamento del transito intestinale e dell’assorbimento di glucosio e colesterolo nel sangue. Per la loro azione gelificante vengono anche usate nella preparazione di marmellate e altri prodotti alimentari.
  • Fibra insolubile (cellulosa, lignina…): si trova nelle verdure ricche di fibre e nella crusca dei cereali integrali. Questo tipo di fibra assorbe importanti quantità di acqua al livello intestinale, accelera il transito del cibo e il movimento peristaltico del canale intestinale e rallenta l’assorbimento di glucosio e amido.

    Fibre

Funzioni

Secondo le linee guida nutrizionali nazionali una dieta variegata di frutta, verdura, legumi, cereali integrali, noci rappresenterebbe un’adeguata fonte di fibre alimentari. Ci sono sempre più evidenze che indicano che l’aggiunta di fibra alla dieta condizioni la funzione e la struttura intestinale, modificando la produzione di ormoni e migliorando l’omeostasi del glucosio nell’organismo, anche in assenza di malattie croniche. Infatti, spesso le fibre sono indicate in regimi di diete ipocolesterolemizzanti, nel diabete di tipo 2, nella riduzione dell’assorbimento di altri lipidi e di glucosio; riduce l’incidenza di stipsi, diverticolosi e del cancro al colon-retto. Inoltre, stimola e potenzia il sistema immunitario:

  • interagiscono con le cellule di microrganismi patogeni inibendo il loro attacco alle cellule epiteliali dell’uomo
  • la loro fermentazione porta alla produzione di acidi grassi a corta catena che migliorano l’assorbimento delle sostanze nutritive, e  hanno un’azione immuno-modulatoria e anti-infiammatoria. Un altro prodotto della fermentazione delle fibre è la vitamina B12 e la vitamina K necessarie all’organismo
  • il consumo di fibre prebiotiche (soprattutto inulina e FOS) è stato correlato all’aumento di batteri lattici benefici nell’intestino
  • stimolano la produzione di mucina al livello dell’epitelio intestinale, evitando l’aderenza e successiva traslocazione dei microrganismi patogeni attraverso la parete epiteliale

Ma attenzione all’eccesso di fibra!

Se in eccesso, la fibra può trattenere alcune vitamine e minerali con il loro mancato assorbimento (per esempio il ferro); può creare meteorismo e eccessiva produzione di gas per le attività fermentative con aumento della massa fecale e un peggioramento del colon irritabile o di infiammazioni intestinali in soggetti più sensibili.

Sotto controllo del nutrizionista e del medico, si possono combinare alimenti a base di microrganismi vivi o fermentati (kefir yogurt) con i prebiotici, creando i simbiotici: alimenti colonici con interessanti proprietà nutrizionali che rendono questi abbinamenti funzionali nell’esercitare effetti benefici nel microbiota intestinale.

 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  • FAO Technical Meeting on Prebiotics, Pineiro, Maya phD et al., September 2008 – Volume 42 – Issue – pp S156-S159. doi: 10.1097/MCG.0b013e31817f184e
  • Gibson GR, Roberfroid MB. Dietary modulation of the human colonic microbiota: introducing the concept of prebiotics. J Nutr 1995;125:1401–12. PMID 7782892
  • Inan MS, Rasoulpour RJ, Yin L, Hubbard AK, Rosenberg DW & Giardina C (2000) The luminal short-chain fatty acid butyrate modulates NF-kB activity in a human colonic epithelial cell line. Gastroenterology 118, 724–734
  • Massimino S, Field CJ, Hayek MG, Sunvold GD & McBurney MI (1998) Fermentable dietary fiber increases GLP-1 secretion and improves glucose homeostasis despite increased intestinal glucose transport capacity in healthy dogs. Journal of Nutrition 128, 1786–1793
  • Mortensen PB & Clausen MR (1996) Short-chain fatty acids in the human colon: relation to gastrointestinal health and disease. Scandinavian Journal of Gastroenterology 216, 132–148
  • The immune-enhanching effects of dietary fibres and prebiotics. Schley PD, Field CJ, Br J Nutr. 2002 May; 87 suppl 2:s 221-30
  • http://www.aaccnet.org/Pages/default.aspx
  • http://www.fao.org/fao-who-codexalimentarius/en/
  • http://www.nationalacademies.org/hmd/http://www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_2_1.jsp?lingua=italiano&id=1016
  • http://www.salute.gov.it/portale/home.html

 

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Il mondo del microbiota umano

Il mondo del microbiota umano

Con il termine microbiota si intende l’insieme di microrganismi presenti all’interno di un organismo. Si parla anche di microbioma, inteso come insieme del patrimonio genetico complessivo di tali popolazioni microbiche.
Questo complesso sistema di convivenza e simbiosi di microrganismi è presente in diverse regioni del corpo umano: esiste infatti un microbiota intestinale, cutaneo, genitale, oculare, orale, polmonare.

Un’ alterazione del microbiota umano si associa con l’aumento dell’ incidenza di alcune tra le più diffuse malattie del secolo; parliamo di malattie infiammatorie intestinali, malattie metaboliche, diabete e obesità, cardiovascolari, disturbi dell’ansia, tumori dell’apparato gastrointestinali e altro ancora.

Come si crea questa simbiosi?

Le prime forme di vita che si svilupparono nella Terra furono organismi unicellulari.
Alcune specie, come gli Archea, sopravvissero a condizioni estreme e rigide negli ambienti primordiali.
Nel corso di milioni di anni di evoluzione si ebbe la diffusione delle specie sempre più complesse che colonizzarono ogni angolo del pianeta e diedero origine ai mondi animale e vegetale.

I batteri rappresentano la forma di vita più diffusa nel nostro pianeta, grazie anche alla loro capacità di adattamento alla coesistenza all’interno del corpo degli organismi animali, compreso l’uomo.
Questa interdipendenza è alla base del mantenimento della vita per entrambe le parti.

microbiota intestinaleQuanti ne sono?

E’ stato stimato che nell’uomo a 10 trilioni di cellule umane corrispondono 100 trilioni di cellule batteriche.
Un rapporto 1:10 uomo vs batteri individua un peso stimato di batteri simbiotici in un uomo adulto di circa 1,6 kg, non così inferiore al peso di un altro organo (vedi fegato o cervello).

Inoltre, la nostra componente genetica è per il 99% di origine batterica! Questa componente, rispetto al genoma umano, è molto più plasmabile e dinamica, dunque in grado di adattarsi e sopravvivere ai vari cambiamenti ambientali, chimico-fisici ed energetici.

Da questa presenza così importante viene da chiederci quale sia il suo ruolo.
Molti dei batteri intestinali, e non solo, ci forniscono geni che codificano per enzimi necessari all’assorbimento dei nutrienti e per la regolazione della velocità dello stesso.
Ma non tutti i microrganismi sono “buoni”. La selezione naturale tra ceppi buoni o cattivi e il loro mantenimento a breve o a lungo termine viene fatta soprattutto dalla nostra alimentazione.
Ne è un esempio l’obesità. Nonostante sia una patologia con molteplici cause, è stato dimostrato attraverso alcuni esperimenti che topi trapiantati con microbiota intestinale di topi obesi, mantenendo la stessa dieta, manifestavano tendenze ad ingrassare.

Inoltre, si osservano diversi tipi di microbiota in base alla provenienza geografica e alle abitudini alimentari: il microbiota europeo e africano, per esempio, sono molto diversi qualitativamente e quantitativamente per le specie batteriche presenti. Sicuramente i fattori determinanti sono:

  • dieta
  • qualità degli alimenti (vegetali o animali; grado di raffinazione; inquinanti ambientali)
  • livello di attività fisica
  • condizioni igienico sanitarie
  • modalità del parto (naturale o cesareo)
  • tipo di allattamento (latte materno o in formula)

 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  • Alla scoperta del microbioma umano: flora batterica, nutrizione e malattie del progresso. Fabio Piccini (2015)
  • Diversity of the human intestinal microbial flora. Eckburg PB, Bik EM, Bernstein CN, Purdom E, Dethlefsen L, Sargent M, Gill SR, Nelson KE, Relman DA
    Science. 2005 Jun 10; 308(5728):1635-8
  • Host-bacterial mutualism in the human intestine. Bäckhed F1, Ley RE, Sonnenburg JL, Peterson DA, Gordon JI. Science. 2005;307:1915
  • Metagenomic Analysis of the Human Distal Gut Microbiome Steven R. Gill1. Science. 2006 June 2; 312(5778): 1355–1359. doi: 10.1126/science.1124234
  • Obesity alters gut microbial ecology. Ley RE, Bäckhed F, Turnbaugh P, Lozupone CA, Knight RD, Gordon JI
    Proc Natl Acad Sci U S A. 2005 Aug 2; 102(31):11070-5
  • https://www.ncbi.nlm.nih.gov/
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Obesità: storia e cause

Obesità: storia e cause

Nel corso della storia evolutiva dell’uomo sono stati selezionati geni con funzioni specifiche per le attività di deposito e mobilizzazione delle riserve energetiche del tessuto adiposo. Ma il nostro modo di nutrirci non è più lo stesso per il quale il tessuto adiposo si è evoluto per far fronte ai periodi di mancanza di cibo; infatti l’abbondanza e l’eccessiva disponibilità di cibo è alla base dell’endemica diffusione dell’obesità.
Secondo la Società Italiana dell’Obesità essa rappresenta una “condizione cronica ad eziopatogenesi complessa, in cui concorrono più fattori, anche contemporaneamente, e intervenire solo su un fattore spesso non è sufficiente; l’approccio non deve essere monodirezionale”.

Diversi studi hanno definito l’obesità come epidemia del terzo millennio definendola globesità e correlandola alla crescita esponenziale delle problematiche di sovrappeso e obesità. Facendo un esempio, si è osservato un raddoppio di eccesso ponderale dal 1980 al 2008.
Dai dati ISTAT in Italia l’obesità sta diventando un importante problema di salute; nel caso delle persone anziane, l’eccesso di peso influisce non tanto sulla mortalità quanto sullo stato funzionale e nel peggioramento dei problemi medici di comorbidità.
In Italia 23 milioni 85 mila persone (il 39,2% della popolazione di 3 anni e più) dichiarano di non praticare sport né attività fisica nel tempo libero con elevate differenze di genere: è sedentario il 43,4% delle donne contro il 34,8% degli uomini.
Nella popolazione di 18 anni:
– 45,9% è in eccesso di peso (35,5% in sovrappeso, 10,4% obeso),
– 51,0% è normopeso
– 3,1% è sottopeso.

MULTIFATTORIALITÀ

GENETICA E AMBIENTE

Anche se con percentuali basse, esistono diversi geni legati all’aumento del peso, dovuto a diversi polimorfismi. Questi riguardano soprattutto geni che incidono sulla regolazione dell’apporto e della spesa energetica.
Un esempio è il gene FTO che predispone, in soggetti con polimorfismi, ad una programmazione genetica di aumento del peso. Infatti può capitare che quando le strategie psiconutrizionali e l’aumento di spesa energetica con attività fisica non portano a risultati (pazienti no responder), si vada a considerare l’aspetto genetico.
Anche l’ambiente può alterare l’espressione o l’attività di determinati geni implicati nel fenotipo obeso e coinvolti nell’equilibrio del peso corporeo.

AMBIENTE FAMILIARE

Le abitudini alimentari familiari, insieme alla presenza in famiglia di uno o di entrambi i genitori obesi, aumenta la probabilità di sviluppare questa patologia anche nei figli, condizionando il peso del bambino e la permanenza di obesità nell’adulto.
Tale ambiente obesogeno viene spinto ancora di più da sedentarietà, assenza di attività fisica, abitudini scolastiche, ritmi e abitudini lavorative dei genitori, mass-media, pubblicità subliminali, omaggi d’acquisto, marketing o cinema, la cui esposizione a spot tra i 2-6 anni aumenta l’induzione ai consumi.

AMBIENTE INTRAUTERINO E SVILUPPO

In gravidanza c’è una finestra temporale di programming prenatale e neonatale in cui, se non viene controllata l’alimentazione della madre, è maggiore il rischio di sviluppo di obesità o sovrappeso nell’adulto.
Fattori quali obesità, diabete o assunzione di grassi trans nella madre possono alterare la sensibilità all’ormone leptina (che regola il dispendio energetico, il senso di fame, il peso corporeo, lo sviluppo della pubertà ecc…).
La malnutrizione troppo severa in gravidanza predispone a bambini sottopeso alla nascita, ma predisposti a obesità e insulino-resistenza nella crescita.
Un bambino sottopeso alla nascita che ha un’eccessiva velocità di recupero del peso nei primi giorni (incentivata anche con i latti artificiali) può essere predisposto a sovrappeso o obesità in futuro.

 

 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  • Functional analysis of seven genes linked to body mass index and adiposity by genome-wide association studies: a review, Speakman JR, Hum Hered. 2013;75(2-4):57-79. doi: 10.1159/000353585
  • Obesity as a disease, Jung RT, Br Med Bull. 1997;53(2):307-21
  • The role of macronutrient intake in reducing the risk of obesity and overweight among carriers of different polymorphisms of FTO gene. A review, Przeliorz-Pyszczek A, Regulska-Ilow B, Rocz Panstw Zakl Hig. 2017;68(1):5-13
  • www.who.int/en
  • www.istat.it/it
  • sio-obesita.org
  • www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed

 

 

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Sugar, not fat makes you fat

Sugar, not fat makes you fat

Se ancora non lo sapevate, mangiare grassi non ci fa grassi, ma gli zuccheri in eccesso si!
La frase “il cibo ricco in grassi ci fa grassi” ha dominato nella nostra cultura per decenni, ma la scienza della nutrizione si è evoluta e si è maggiormente compreso che i grassi provenienti dagli alimenti non necessariamente ci fanno ingrassare. In realtà, i lipidi di buona qualità nelle giuste quantità sono vitali per un organismo sano.

Negli anni ’50 il biologo e fisiologo statunitense Ancel Benjamin Keys condusse uno studio che mostrò che l’eccessivo consumo di grassi contribuiva ad un aumento di malattie cardiovascolari a quel tempo.
I risultati ebbero un notevole impatto nella cultura americana portando alla certezza che il cibo ricco in grassi facesse male, facendo risultare sani tutti gli altri alimenti posti a confronto.
Quando i consumatori hanno iniziato a evitare cibi grassi quali formaggio, panna, carni, noci, burro, ecc. l’industria alimentare dovette trovare idee per continuare a vendere prodotti altrettanto appetibili, anche togliendo il nutriente lipidi.
Dunque i produttori hanno iniziato ad aggiungere zuccheri, anche nei cibi salati.
I crackers “senza grassi” o “light” ne sono un esempio; infatti controllando l’etichetta nutrizionale si possono leggere e individuare diversi tipi di zuccheri elencati.
Ora sappiamo che gli studi condotti da Keys erano in parte imperfetti e che alcune tipologie di lipidi come per esempio quelli presenti nell’olio d’oliva, pesci grassi, avocado sono in realtà utili all’uomo.

Perché sono proprio gli zuccheri in eccesso a farci prendere peso?

Nelle cellule avviene comunemente la conversione degli zuccheri in lipidi in tutti i tessuti, ma in maggior misura nel tessuto adiposo, fegato, intestino e ghiandola mammaria attiva. I lipidi ottenuti sono un’utile forma di riserva poiché a differenza della struttura degli zuccheri occupano meno spazio nella cellula.
Sono diversi i metaboliti dalla dieta che possono essere potenzialmente convertiti nel precursore “acetil CoA” della lipogenesi (precursore dei trigliceridi e del colesterolo), ma i precursori più rappresentati sono gli zuccheri.

Se gli zuccheri sono in eccesso aumenta il processo di conversione zuccheri -> lipidi che è regolato da ormoni (insulina) ed enzimi chiave.
Di seguito vengono descritte le caratteristiche e le conseguenze degli zuccheri in eccesso:

  • Non contengono sostanze nutritive utili alla crescita e sostentamento dell’organismo, sono alimenti vuoti: forniscono solo Kcal
  • Non conferiscono senso di sazietà e spesso lasciano ancora più affamati di prima. I grassi naturali agiscono contrariamente perché hanno tempi di digestione più lunghi e saturano l’appetito
  • Inducono un’elevata e repentina concentrazione di glucosio nel sangue che innesca una risposta a cascata dell’insulina causando un maggiore senso di fame, accumulo di grassi in eccesso e aumento del rischio di insorgenza di diabete di tipo 2 nel lungo termine
  • Crea dipendenza per iperstimolazione dei centri di ricompensa del cervello (gli stessi coinvolti nell’assunzione di droghe)

Zuccheri e invecchiamento

Nella nostra società la percentuale di popolazioni anziane e obese sono in aumento. Entrambi i fattori sono associati anche a elevati costi della sanità pubblica.
Nei soggetti obesi molti autori di articoli scientifici suggeriscono che l’elevato apporto protratto nel tempo di zuccheri aggiunti alla dieta innesca alterazioni metaboliche (stress ossidativo, glicazione proteine, infiammazione, alterazione profilo lipidico nel sangue, resistenza all’insulina, ecc…). Tali cambiamenti sono comuni al processo d’invecchiamento e sono correlati tra loro, attivandosi a vicenda.
I dati suggeriscono che le alterazioni metaboliche prevalenti durante l’invecchiamento potrebbero essere correlate più con le abitudini nutrizionali che con l’invecchiamento fisiologico in sé.

Zuccheri e trigliceridi

Dai dati in USA emerge che 1/3 della popolazione adulta statunitense presenta concentrazioni plasmatiche di trigliceridi ≥ 150 mg/dL (valore soglia che delimita l’eccesso) e spesso sono accompagnati da altre alterazioni metaboliche (insulino resistenza, sindrome metabolica, elevati livelli colesterolo LDL e VLDL e diminuiti livelli di HDL).
Da qui cresce un grande interesse per le strategie dietetiche che attenuano le anomalie metaboliche correlate all’ ipertrigliceridemia.
Molte prove indicano che una dieta ricca di amidi raffinati e zuccheri aggiunti con elevato carico glicemico aumentano i disturbi nel metabolismo dei carboidrati (alterazione attività dell’insulina o del profilo lipidico).
Un recente studio statunitense ha evidenziato che una dieta con sostituzione degli zuccheri raffinati del 16 % in Kcal con combinazione di proteine + lipidi  porta ad un aumento della sensibilità insulinica, diminuzione di colesterolo LDL e dei trigliceridi a digiuno in pazienti con alte concentrazioni di trigliceridi.

Dunque, la scelta della sostituzione degli zuccheri raffinati include carboidrati da grani integrali e proteine e grassi mono e polinsaturi anche in combinazione tra loro.

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Similarities and interactions between the ageing process and high chronic intake of added sugars Eva Gatineau et al., 2017, Nutrition Research Reviews
  • Replacement of Refined Starches and Added Sugars with Egg Protein and Unsaturated Fats Increases Insulin Sensitivity and Lowers Triglycerides in Overweight or Obese Adults with Elevated Triglycerides, Kevin C Maki et al , 2017, The Journal of Nutrition Nutrient Physiology, Metabolism, and Nutrient-Nutrient Interactions
  • Dietary Sugars Intake and Cardiovascular Health: A Scientific Statement From the American Heart Association, Rachel K. Johnson et al., 2009, Circulation
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